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CARTA A LOS DIPUTADOS PORTA Y BUCCHINO

CARTA A LOS DIPUTADOS PORTA Y BUCCHINO

Onorevoli Deputati Gino Bucchino e Fabio Porta:

Mio nome è Horacio Guillen, cittadino italiano, passaporto n. ......, residente a Buenos Aires, Argentina.

Fa moltissimo tempo che studio la questione della cittadinanza italiana per via materna, e voglio ringraziarvi per i vostri sforzi sul tema. Ho letto, le notizie sull’interpellanza da voi promossa, al governo,  sulla mancata applicazione della Sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4466, del 25.02.09.

Come figlio di madre cittadina e padre argentino, nato in precedenza l’anno 1948, mi fu negata la cittadinanza italiana, e ho dovuto fare una causa nella quale, finalmente, il Tribunale di Caltanissetta, competente ratione locus riguardo il comune d’origine dei miei avi (Nicosia, Provincia oggi di Enna, in  quel tempo di Catania), pronunciò sentenza dichiarando il mio diritto e il di i miei figli alla cittadinanza italiana jure sanguinis nell’anno 2007. Sono stato sempre legato alla terra d’origine e, attualmente, sono rappresentante legale della FESISUR, federazione dei siciliani in Argentina.

Sono professore di diritto civile, e pure avvocato a Buenos Aires, e ho scritto un libro e molti lavori sul tema della cittadinanza via materna. Ho portato la proposta di riforma a diversi organi governativi, ai giudici della Corte Costituzionale e della Cassazione. Partecipo spesso in convegni parlando su questo topico, anche della “Demografici Associati”, che riunisce agli ufficiali del registro dello stato civile italiano.

Con l’insediamento della XVª Legislatura, collaborai con l’Onorevole Ricardo Antonio Merlo, nella redazione della  Proposta di Legge n. 1.297, presentata dal citato  deputato. Lo stesso testo fu  poi fu ripreso dal deputato Marco Fedi, presentato come PDL C 1836, e firmato anche dal Deputato Bucchino. Nei fondamenti di tutte e due le proposte di legge, si può leggere la citazione di un lavoro giuridico di cui sono autore.

Il problema, però e che il testo originale da me consigliato fu, poi, modificato nella segretaria del deputato Merlo, l’errore si mantiene nei PDL citati, e pure in quelli presentati all’inizio dell’attuale XVIª Legislatura dagli stessi deputati.  L’errore è che si confondono due situazioni totalmente diverse, confusione che si  è rilevato – non senza certa accortezza  da parte del governo –  nell’interrogazione fatta alla sottosegretario Ravetto, in data 20 maggio 2010 e che, più avanti, matterò in rilievo.

Dall’anno 2006 allo scioglimento delle camere nel fine del governo Prodi, ho seguito giorno dopo giorno l’iter della riforma del regime sulla cittadinanza, e collaborato con gli emendamenti presentati dall’Onorevole Merlo per correggere quello errore. L’Onorevole, poi, non si presentò in commissione a sostenerne, e soltanto fu possibile inserire la possibilità della cittadinanza ai nati in precedenza al 1948 – e pure ai naturalizzati nei paesi d’accoglienza – per l’azione del deputato Cazola, eletto per la circoscrizione Europa.

Penosamente, dopo, il relatore – deputato Gianclaudio Brezza – con una scusa banale ha soppresso, l’art. 14 del Testo unificato, di forma tale che avrebbe passato all’aula senza la possibilità di finire con la discriminazione ai naturalizzati e ai nati in precedenza all’anno 1948.

Come ho detto, la riforma fatta nella segretaria del deputato Merlo, e la confusione che, anche, se vede nella propria sentenza n.  4466, delle S.U. di Cassazione, risiede nel fatto di confondersi due situazioni diverse:

1.   La perdita dell’originaria cittadinanza  italiana da parte della madre, sposata con il cittadino di un paese che prevede la comunicazione alla moglie dello jus civitatis del marito, come effetto immediato e automatico del matrimonio.

2.    Il caso in cui il figlio è nato da madre cittadina, perché il marito - appartenente ad un paese che non prevede la comunicazione alla moglie della cittadinanza dello stesso, come effetto immediato e automatico del matrimonio – non ha perso l’originaria cittadinanza italiana. Questo è, per esempio, il caso di tutti i paesi d’America da Alaska alla Terra del Fuoco, salvo il Perù.

                                              

 Il Governo – ha sostenuto Ravetto – ha sviluppato ogni possibile approfondimento per poter applicare, anche in via amministrativa, quanto stabilito dalla Corte di cassazione, con la citata sentenza, per ciò che riguarda il riconoscimento in sede giudiziale dello status di cittadino italiano alle donne che si trovano nella condizione citata. L'esame a tal fine avviato, d'intesa con il Ministero degli affari esteri, ha fatto emergere alcuni limiti procedimentali imposti dalla legislazione vigente, dovuti alla necessità di acquisire la dichiarazione di volontà delle donne interessate, secondo quanto stabilito dall'articolo 219 della legge n. 151 del 1975, espressamente richiamato al secondo comma dell'articolo 17 della legge n. 91 del 1992". "Inoltre, la disposizione dell'articolo 15 della medesima legge n. 91 del 1992 - cui fa riferimento anche la sentenza della Corte di cassazione - stabilisce che l'acquisto o il riacquisto della cittadinanza può avere effetto solo dal giorno successivo a quello in cui si sono realizzate le condizioni richieste dalla legge. Infine, ulteriore vincolo procedimentale - per l'applicazione in via amministrativa del principio stabilito dalla suddetta giurisprudenza costituzionale e di legittimità - deriva dal disposto dell'articolo 14 della già citata legge n. 91 del 1992, che stabilisce che solo i figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza, se conviventi, acquistano se conviventi, acquistano automaticamente lo status civitatis”.

 

Come facilmente si può ricavare di questi parafi, la situazione a che si riferisce la sottosecretario, e l’enunciata sotto il n. 1, perché l’ostacolo che troverebbe l’applicazione in sede amministrativa della predetta sentenza, sarebbe la necessità - sine qua non d’accordo con il governo - della dichiarazione di riacquisto della donna, dichiarazione che è noto non si presenta nel caso della donna che non ha perso l’originaria cittadinanza, perché si è sposata con il cittadino di un paese che come l’Argentina , il Brasile e tutti gli altri paesi d’America, con esclusione del Perù, non prevedono la comunicazione jure matrimonio della cittadinanza del marito alla moglie.

La menzione dell’art. 14, L. 91/92, è pure vana riguardo al caso dei figli – nati in precedenza al 1948 – da madre cittadina, perché nella fattispecie, non è che la madre riacquista la cittadinanza italiana. Quel che accade, invece, è che a far data dal 1.1.48 acquisisce - in base alla sentenza n. 30 del 1983 della Corte Costituzionale – la potestà di comunicare la propria cittadinanza in piano d’eguaglianza riguardo l’uomo, di forma tale che si rispettano gli art. 3 e 29 della Costituzione, e i patti internazionali sottoscritti da Italia.   Per questo la Sentenza n. 4466, della Cassazione a S.U., ha disposto che da quel giorno, i figli nati in precedenza cominciano ad essere cittadini.

Mi sembra che tutto questo non è stato capito nemmeno dai presentanti delle  PDL né quelli della precedente XVª Legislatura, né dell’attuale XVIª Legislatura, ma il tema che più mi preoccupa non è l’attitudine alcuni deputati preoccupati nell’armato dei movimenti politici prima che nella difesa dei diritti dei cittadini – fondamentalmente di quelli dei  discriminati – credendo che basta con la presentazione di  una PDL senza, poi, continuare l’iter legislativo.  Mi preoccupa in cambio l’attitudine dei COMITES e del CGIE, che non hanno fatto lo sforzo che occorre per farsi che i parlamentari abbiano la consulenza di persone che conoscano, minimamente, il tema, facendo  l’investimento che la maggioranza dei parlamentari eletti all’estero non vogliono fare dei fondi ricevuti dal Parlamento  allo scopo della consulenza – per far sì che un tema di capitale importanza possa essere gestito con di forma efficiente come la comunità italiana residente all’estero merita.

In opportunità della  “Riunione della Commissione Continentale di America Latina del CGIE” che si celebrò nei giorni 4, 5 e 6 ottobre 2004, nel Palacio San Miguel, de la città di Buenos Aires, abbiamo dovuto ascoltare le chiacchiere di caffè fatte da un supposto  “esperto” in cittadinanza  italiana, il signor  Ferdinando Pezzoli, residente in Cile, chi senza fondamento alcuno sul tema proponeva il fine della cittadinanza italiana per i discendenti degli emigrati, più al di là della prima generazione nata all’estero.

Pendo di avere spremuto con chiarezza, nonostante il mio italiano scritto, i sentimenti di tutti quanti siamo stati discriminati dalle asimmetrie del regime recante la cittadinanza italiana, e voglio segnalarvi la mia intera disponibilità a collaborare su questo tema.

 

Prof. Horacio Guillen